Da St. Lucia a Trinidad

da Dispacci dai Caraibi, Quodlibet/Humboldt 2015


(...) Quando finalmente usciamo sulla pista sono felice di essere di nuovo al sole. Mi fa anche piacere vedere la mia borsa che viene caricata sull’aereo. I motori hanno due bellissime eliche nere con le punte ricurve colorate di giallo come il becco del colibrì dipinto sulla coda. La hostess e lo steward sono giovani, lunghi, affilati, lei senza tacchi sta a mala pena nell’aereo; il loro inglese ti segnala che stai cambiando isola, è la cadenza che conosco dai miei amici, Wendell, Dominique. L’aereo non è piccolissimo, una settantina di posti, ma il decollo si sente. Ogni due o tre file, un piccolo schermo sopra i sedili trasmette un servizio sul carnevale di Trinidad, il più importante dei Caraibi. Bene, perché finora l’unica cosa che ho capito è che è piuttosto complicato capire come funziona. Gli eventi in calendario sono già cominciati adesso, un mese prima, e andranno avanti fino al martedì grasso, che quest’anno sarà il 4 marzo; poi le Ceneri.

L’immaginazione si nutre di storie, reali o immaginate, ma ogni storia, prima o dopo che accade, è sempre immaginata. Dopo le storie restano i nomi, ognuno una storia in miniatura, dimenticata: Diego Martin, Maraval, Belmont, Woodbrook, Laventille, Chaguanas, Rampanalgas, Paramin, Santa Cruz. Come saranno? Quando una qualsiasi cosa inizia a occupare troppo spazio mentale è sempre meglio darle una forma, nella vita, sulla carta, ovunque, ma è meglio darle una forma. Quello che conta è la qualità dell’immaginazione, la qualità della forma. Prima di ogni storia vengono i nomi.

Sugli schermi si alternano interviste ai protagonisti del carnevale di oggi, cantanti di soca soprattutto, e immagini delle parate degli anni Cinquanta, quando i costumi erano mimetici, dall’Antico Egitto all’attualità, costumi preparati con una cura meticolosa nella scarsezza di mezzi, nella povertà, riproduzioni di centurioni romani e geishe, marines americani con tanto di carri armati, corti babilonesi, odalische, pellerossa e marinai, le steelband ancora con i tamburi di latta al collo, qualche maschera tipica, Dame Lorraine, Midnight Robber, Jab Molassie. E mi rendo conto che questi sono i Caraibi, la compresenza di epoche e civiltà disparate in un unico luogo senza tempo, la progressione storica annullata, storia e leggenda indistinguibili, e il dono dell'autoironia che di là dalla tragedia riporta la storia a ciò che è, una farsa.

Sotto di noi il Mar dei Caraibi, lucente come uno scudo, e ombre opache di nubi, «nubi che non serberanno il ricordo del nostro passaggio», mentre il destino della poesia è rimanere impressa nella memoria: «Così si apre uno squarcio nella loro pergamena e d’un tratto, / in un ampio abbandono di luce, appare quell’isola nota / al viaggiatore Trollope e al suo compagno di viaggio Froude, / per non aver creato nulla. Neanche un popolo. L’ombra del jet / trema su giungle verdi, decisa come un pesciolino / tra le alghe». È Derek, un rientro a Trinidad. L’immagine si materializza nel finestrino: paludi di mangrovie nel delta di un fiume e l’ombra del jet, «un pesce d’argento», che sembra nuotarci in mezzo per poi piegare verso l’aeroporto di Piarco sorvolando uno scenario molto diverso da quello di St. Lucia, una pianura vasta con una catena di montagne sullo sfondo: «canne sfrecciano oltre l’ala, un recinto; un mondo che resiste / mentre le ruote che toccano l’asfalto scuotono e scuotono il cuore».