Derek Walcott
Isole

Adelphi 2009

a cura di

Matteo Campagnoli

Un paio di decenni fa Iosif Brodskij ebbe a scrivere di Walcott: «Per quasi quarant’anni, senza sosta, i suoi versi pulsanti e inesorabili sono arrivati nella lingua inglese come onde di marea, coagulandosi in un arcipelago di poesie senza il quale la mappa della letteratura moderna assomiglierebbe, di fatto, a una carta da parati». Un arcipelago al quale, da allora, non hanno mai smesso di aggiungersi nuove isole, ma le cui coordinate sono rimaste immutate: dalle promesse giovanili di In una notte verde – imparare «a soffrire in giambici accurati», «lodare finché amore duri, i vivi e i morti bruni» – alle riflessioni sull’arte e sulla vecchiaia del Prodigo. Una dedizione alla poesia e una preoccupazione per la condizione umana nate dalla volontà di rimanere fedele a un’epifania precoce – magistralmente narrata nel poema autobiografico Un’altra vita – che, alla maniera di Dante, ha segnato e continua a segnare il corso di un’intera esistenza. Ripercorrere l’avventura letteraria di Walcott significa assistere al dispiegarsi di un dono poetico capace, come forse nessun altro ai nostri giorni, di coniugare il lampo lirico dell’istante «in cui ogni sfaccettatura» è «còlta in un cristallo di ambiguità» con il gesto aperto e impersonale dell’epica. Il risultato, sulla pagina, è un’opera di straordinaria versatilità formale, magnificenza linguistica e precisione metaforica, costantemente illuminata da una compassione ampia, come nei grandi poeti di ogni tempo.

Franco Buffoni: «Davvero felici quegli incontri "poietici" (incontri di poiein) che durano una vita, arricchendo traduttore e tradotto e regalando al lettore visioni e linguaggi sempre rinnovantesi. È il caso – per citare due poeti che ci sono vicini – di Fabio Pusterla e Philippe Jaccottet. È il caso di Matteo Campagnoli con Derek Walcott. Qui la distanza di età tra i due poeti – il traduttore e il tradotto - è molto maggiore rispetto all'altra coppia citata, ma la devozione reciproca, l'amicizia, la stima ineguagliabile tra i due artifex sono le stesse. Nel recente volume adelphiano Matteo Campagnoli supera se stesso, rivedendo il lavoro già svolto aggiungendo preziose nuove versioni, creando in sostanza un macrotesto autonomo che – siamo certi – servirà da modello anche ai selected poems di Walcott in altre lingue. Grande apprezzamento, dunque, esprimiamo per questo Walcott adelphiano in preziosa ma accessibilissima (per il prezzo) edizione. E ben più delle nostre parole valgono i versi: E a sera il coro dei moscerini, / E sopra di loro, le guglie / Che trafiggevano i fianchi di Dio / mentre Suo figlio tramontava, / e quello fu il Nuovo Testamento».


Fabio Pusterla: «L’ampio volume di Walcott è il frutto di un lungo, attento lavoro, che il curatore e traduttore Matteo Campagnoli ha condotto attraverso gli anni, e che ora può offrirsi alla cultura italiana come un importante attraversamento antologico dell’opera di Walcott (lungo un arco cronologico assai vasto, che dal 1948 giunge al 2004), e un contributo significativo alla riflessione poetica contemporanea. I risultati raggiunti da Campagnoli sono eccezionali, sia per la bellezza e l’accuratezza della sua versione italiana, sia per il metodo utilizzato, che prevedeva tra l’altro la collaborazione con l’autore stesso. Se talvolta una traduzione può risultare altamente proficua per la cultura entro cui nasce e che l’accoglie, e rappresentare un’apertura di orizzonte destinata a cambiare la mappa dei cieli, si può ben credere che il lavoro di Campagnoli vada in questa direzione, e che il suo Walcott sia grazie a lui ben presente nella coscienza dei lettori italiani di poesia».


Mark