Derek Walcott
La voce del crepuscolo

Adelphi 2013


a cura di

Matteo Campagnoli

traduzione di

Marina Antonielli

«C’è un’esultanza fortissima, una celebrazione della fortuna, quando uno scrittore è testimone degli albori di una cultura che si definisce da sé, ramo dopo ramo, foglia dopo foglia...» scrive Walcott parlando dei Caraibi, e di uomini e donne che «non leggono ma sono lì per essere letti, e se vengono letti nel modo giusto creano la propria letteratura». Non stupisce allora che egli consideri scrittori fratelli Saint-John Perse, Aimé Césaire e Patrick Chamoiseau. Ma il suo sguardo valica i confini dei Caraibi, per abbracciare un orizzonte ben più ampio: da Philip Larkin, che «ha inventato una musa, il cui nome era Mediocrità», a Ted Hughes, che con la sua poesia «ringhia come una bestia braccata», a Robert Frost, dalla «saggezza invernale», a Les Murray, che in virtù della sua «forza irsuta» sembra uscito da «una scena di Mad Max», a Iosif Brodskij, immerso nel «caos» della trasformazione che ogni poeta attraversa quando traduce se stesso. E a dispetto dell’eteroge­neità degli oggetti su cui Walcott si sofferma, questa raccolta si fissa nella nostra mente come un’unica, folgorante immagine: merito, certamente, di una scrittura così intensa da rischiare a ogni riga di frammentarsi in lirica.