Iosif Brodskij
Conversazioni

Adelphi 2017 

a cura di

Cynthia L. Haven

traduzione di

Matteo Campagnoli

Come nasce la poesia? Di quale misterioso lavoro è l'esito? E qual è il suo compito? Chiunque si sia posto, almeno una volta, domande del genere potrà finalmente trovare in queste interviste, che coprono l'intero arco della vita di Brodskij in esilio, risposte di un'audace limpidezza. Scoprirà così che la poesia è «uno straordinario acceleratore mentale», «lo scopo antropologico, o genetico» della nostra specie, e che non vi è strumento migliore per «mostrare alla gente la visione reale della scala delle cose». Scoprirà, poi, che quelli che ha sempre ritenuto imperscrutabili artifici tecnici – gli schemi metrici ad esempio – sono in realtà «formule magiche», «magneti spirituali», capaci di incidere profondamente sulla poesia, al punto che un contenuto moderno espresso secondo una forma fissa (un sonetto, per intenderci) può sconvolgere quanto «una macchina che sfreccia contromano in autostrada». Per di più Brodskij sa illuminare anche il lavoro dei poeti che amava – Auden, Frost, Kavafis, Mandel'štam, Achmatova, Cvetaeva, Miłosz, Herbert, per limitarci ai contemporanei – con una lucidità mai disgiunta da una vibrante partecipazione: «Non mi capita spesso di leggere qualcosa che mi dia una gioia così intensa come quella che mi dà Auden. È vera gioia, e con gioia non intendo un semplice piacere, perché la gioia è qualcosa di molto oscuro»

Pietro Citati sul Corriere della sera
Valentina Parisi su Alias