Quattro poesie da

In una notte fortunata

Casagrande 2010


Appunti dalla periferia

Siamo al primo di gennaio e la neve
ancora non s’è vista. Non so dire
da quanti giorni non esco più di casa.
E il mondo esterno? Be’, è sempre là fuori,
ma, a dire il vero, farei fatica
a crederci, se non fosse per il freddo.

L’inverno! Ti sfili da sotto una coperta
fai colazione e giù in strada è già buio.
Cammini tutto stretto nel cappotto
come un punto esclamativo che ha fretta
di arrivare in fondo alla sua frase,
e là, contro una pagina di cielo cancellato,
provi a chiudere la nuvola del fiato
tra due parentesi di mani. Quando si tratta
di afferrare l’essenza del presente
non c’è pratica che risulti più efficace.

Così i giorni qua attorno scivolano via
lasciando soltanto qualche graffio
sull’anello ghiacciato del tempo.
Pattuglie di corvi si alzano in volo
come accenti circonflessi impazziti
sopra i versi bucolici dei campi arati.
E l’assenza irreale di rumore
è rotta dal solo fruscio di una penna
che imbratta il foglio come un’impronta
sulla neve che non è ancora caduta.



Guanti

Da più di dieci giorni
non faccio che trovare
guanti singoli per strada.

Il primo è stato quello
di un bambino: minuscolo
arcobaleno di lana.

Che Dio abbia bisogno
di una mano?

Signore dei dispersi
veglia sulle cose
che vivono spaiate.



Schubertiade

Schubert, Franz, compositore
austriaco, muore a trentun’anni
lasciandosi dietro una mole
considerevole di opere postume,
lieder, quartetti, tre sinfonie
non finite, Settima, Decima e Ottava,
soprattutto l’Ottava, un allegro
moderato, un andante con moto,
otto battute di uno scherzo.
Biografi e musicologi si sfregano
le mani, vagliano ipotesi, avanzano
supposizioni: è morto di sifilide?
Consumato dal tifo? Avvelenato
dal mercurio? Le notizie sono scarse.

Schubert intanto è steso accanto
a Beethoven (muore dalla voglia
di dirgli qualcosa, ma il grande maestro
è ormai completamente sordo).
Le sue unghie hanno smesso di crescere,
non la sua musica. Un oblio buio
lo accarezza. Biografi e musicologi
discutono, sollevano dubbi
sull’autenticità dei manoscritti,
la contessina Estherázy si siede
a colazione, altri finiscono
le sue opere, certi di avere interpretato
correttamente le intenzioni. La vita
si scansa, lasciando il posto
alle parole; non aspettavano altro.

La verità è che non sapremo mai
cosa sarebbe venuto dopo, cosa
il suo orecchio fine avrebbe dettato
alle sue dita grassocce, come nervi
e stomaco avrebbero reagito
al prossimo accordo, al prossimo pranzo.
Neanche Schubert lo sapeva.
La nostra capacità d’immaginare
è limitata, la nostra capacità
di cambiare è limitata, un dio
ironico trattiene i nostri slanci.

Le cose ritornano, ricominciano
da dove sono iniziate. Franz
Schubert questo lo sapeva,
non aveva bisogno che Nietzsche
glielo dicesse, la sua musica
lo sapeva, infinite ripetizioni
variate all’infinito,
gli stessi temi, le stesse note
risistemate all’infinito,
come se miriadi di monadi
si componessero e si scomponessero,
continuamente attratte e rilasciate
da un unico magnete.

La sua musica ci chiama
verso un centro grave, l’ardore
di un paesaggio così puro
che può essere solo ripetuto,
gioia che è imbevuta
nella triste onestà del Do minore.
La sua musica ci chiama
verso il meglio di noi stessi
irrealizzato e preesistente
che ammette solo la risposta
a cui non siamo preparati.



Omaggio a Basilea

per S.H.


I
Varcata senza storie la frontiera, il vento
del nord invade piazze e strade vuote,
ulula nei vicoli del centro, percuote
le serrande ancora chiuse; brandendo
sciabole di raffiche, si batte coi fioretti
appuntiti delle guglie, trafigge la pancia
delle nubi e, scacciata l’alba in Francia,
si accascia ormai spossato sopra i tetti.
Così, trovando il campo sgombro, l’inverno
fa il suo ingresso a Basilea, dove alle sette
in punto, inforcando guanti e biciclette,
la gente pedala tranquilla verso il giorno.

II
Un quartiere che è un inno all’inazione.
Tutto attorno, villette ottocentesche, pace.
Solo la fontana all’angolo è loquace
più di una mèche spettinata a colazione.
Nella via dove un genio matematico
del secolo dei lumi è stato battezzato
(del suo estro ci è rimasto il quadrato
impervio del Sudoku), pondero la sistematica
tirannide dei numeri: 2+2 =
4, comunque la si giri, è l’assioma
irrefutabile che a Basel come a Roma
tiene in piedi il costrutto occidentale.

III
Non serve illudere le anime feconde,
numeri e ragione fanno la parte del puparo.
Le due dita che contano il denaro
fanno piroettare la trottola del mondo.
Le arti in questo non sono un’eccezione:
un Giacometti vale dieci Le Corbusier,
un Ramuz, dieci Giacometti. O si è
d’accordo, o meglio scordarsi la pensione.
Quanto ai prezzi, poi, qui è come a Tokyo.
Non è cosa per le tasche di un poeta.
La mia lingua nasconde l’unica moneta;
non resta che dar vento al vaniloquio.

IV
Non c’è niente che stimoli il discorso
quanto l’attrito della pietra sulle suole.
Come il vento che soffia dove vuole,
svolti un angolo, poi cambi il tuo percorso;
t’incunei dentro un vicolo dei tanti
che hanno visto passeggiare menti eccelse –
Calvino, Erasmo, Vesalio e Paracelso,
giusto per citare i più importanti –
poi sali su un’altura finché avvisti
le torri di una chiesa (no, è una cattedrale),
da lì raggiungi un parapetto, e tra le
chiome, Basilea si apre alla tua vista.

V
Secoli di studi, di colpi e di risposte,
ma a dire il vero non m’importa più di tanto
chi abbia fatto cosa e dove e quando;
è stato altro a portarmi in questo posto.
C’era una voce di quelle che non credi;
chiamava e l’ho seguita, a maggior gloria:
era notte, pioveva... ma questa è un’altra storia.
Qui ho letto, errato come oggi, con i piedi
e con la testa, annerito un po’ di carta;
tornavo a casa verso sera in una stanza
ancora satura di note, ma poi, alla distanza,
qualcosa in qualche punto è andato storto.

VI
Anche la vicenda più privata va inserita
in un contesto, richiede una visione
capace di abbracciare l’intera situazione,
diciamo, un estraniamento dalla vita.
Ma le dottrine rifinite in ogni aspetto,
armate con dovizia e a prova di naufragio,
mi danno un certo senso di disagio,
un po’ come un cappotto troppo stretto.
Basilea è comunque un buon punto di partenza,
e non solo perché mi capita di starci,
o per certi accadimenti. Non ho sistemi arci-
elaborati, solo nervi e incongruenza.

VII
Qui Herr Nietzsche istruiva sei studenti;
più tardi avrebbe scritto “Dio è morto”,
lasciando Basilea per prendere il suo posto.
Fosse stato lo sproloquio di un demente
ora avremmo meno merda da spalare.
Eppure i filosofi alla moda sembrano
gioirne da ogni poro. Il dubbio è l’ombra
lunga della fede, anche se oggi, a quanto pare,
ci tocca vivere soltanto di certezze.
Ma l’ansia religiosa va nutrita col suo cibo
o finisce a dar di becco in ogni tipo
di pattume secolare: salute, sicurezza,

VIII
il salvatore della patria, l’ultimo cretino
che l’ultimo sondaggio dà in ascesa,
per non parlare dei partiti o della Chiesa.
È l’uomo a creare l’immagine divina,
a far da specchio al suo creatore. Inutile
menarla che l’esistenza non ha senso
o abbaiare il proprio cinico dissenso;
il conto con la vita lo paghi ogni minuto
e anche quando ti ritrovi sotto zero
devi alzarti la mattina, andare incontro
alla vicina, scegliere se dare torto
a te o a un altro, mentire o essere sincero.

IX
Più cerchi di capire più tutto s’ingarbuglia.
È facile ridursi a un aggeggio con le pile.
Per tenere sotto controllo la tua bile,
qui hanno messo a punto un paio d’intrugli
mica male: qualche goccia per sedarti,
un quartino per sballare. La cosa più normale
sarebbe denudarsi e mettersi a sbraitare.
Invece sembra tutto calcolato per farti
stare in equilibrio, una fatica micidiale
per poggiare il piede dritto sulla corda,
senza mai guardare sotto e sempre accorto.
Oddio, che non ti venga in mente di saltare!

X
Ma anche in un ambiente meno avverso,
resterebbe sempre in ballo la questione
dell’arbitrio che da secoli cogliona
chi sostiene che sia libero e chi servo.
Se punti a che la tua condotta sia redenta,
quanto spetta a te e quanto all’altro,
che, diciamo, deve soccorrerti dall’alto?
Si fa prima a rinchiudersi in convento.
Ma al di là di questo dotto disquisire,
è facile avvertire che non tutto
quel che scegli è in tuo potere, o soprattutto,
che spesso sei tu stesso a esserti ostile.

XI
Mi chiedo in quale piega della mente
si nasconda l’anobio che la tarla;
ma anche potendo stenderla e stirarla,
credo che non troveresti proprio niente.
Eppure non puoi certo fare finta
che ciò che sfugge all’occhio non esista,
o che qualcosa dentro il cranio non insista
a farti credere a un’immagine dipinta
sopra il velo iperreale di una maya
che la ragione intesse coi suoi ossessi,
il cerchio tracciato a terra con il gesso
che imprigiona il gallo dentro l’aia.

XII
La volontà di conciliarsi con il male
è forse la vera pratica blasfema.
Meglio di gran lunga una bestemmia
urlata contro un dio senza morale
che l’ennesima sofferta teodicea,
o un gran prodigio logico e dialettico.
Bell’affare la fede in un concetto
che la mente può afferrare! A Basilea,
come in qualsiasi punto del creato,
non conta tanto ciò che trovi, ma ciò che
pensi debba esserci. Più sono fioche
le speranze, più ineludibile è il miracolo.

XIII
L’importante è trovare il modo di svanire,
rendersi invisibili, stranieri in ogni posto,
scarnire la lista dei bisogni, piuttosto
passare per idioti, capire e non capire.
Per questo Basilea è il luogo congeniale,
un po’ freddo per il mio temperamento,
ma il clima avverso giova al portamento,
un misto di rigore e grazia naturale.
E non si tratta tanto d’invertire
il cannocchiale o sventolare il fazzoletto,
quanto di sottrarsi a ogni progetto
che conti sul tuo apporto per riuscire.

XIV
C’è sempre qualche sorta di attrattiva
anche in assenza di occasioni plateali.
Anzi, a costo di riuscire impopolare,
direi che proprio lì la vita è meno schiva.
“La natura ama nascondersi” è un frammento
che ci è arrivato dritto dai millenni;
leggi: la verità parla per cenni.
Sembra davvero un buon ammonimento.
In giro è tutto un incrociarsi di borsette,
sciarpe al vento, cravatte di traverso;
ognuno sa dov’è diretto eppure è perso,
ecco un dato sulla specie che si è eretta.

XV
Stradine acciottolate e saliscendi, scale
in pietra che s’intrufolano fra i tetti,
un fiume enorme, chiese gotiche e parchetti,
pifferi e tamburi sguinzagliati a carnevale.
Basilea è anche questo e altro ancora
che la guida non riporta, perché sfuggente
o irrilevante, accaduto a due presenze
intermittenti che hanno avuto in certe ore
il privilegio di smentire in una volta
entrambi i fondamenti di qualunque deduzione
solo essendo ciò che erano: l’equazione
di due incognite insolubile e risolta.

XVI
Non ho più chiavi da girare nella tasca;
svanite col divano e il pianoforte,
le piante e le tue amiche. Restano le porte,
forse il tavolo in cucina, la vasca
in cui apparivi, circondata da candele.
Stanco di passare da un ponte a una fontana
m’infilo in un museo. Facce estranee
che ti scrutano da tavole e da tele,
come se il tempo stesso ti osservasse.
E cos’altro ha mai voluto dirci del futuro
Basilea, contraendo i quattro muri
di quell’appartamento di Eulerstrasse

XVII
a un punto all’infinito nel ricordo,
se non che il coefficiente di attrazione
di una fuga aumenta in proporzione
alla distanza, se non che il computo
degli anni dà una somma che non torna,
così come ciascuno dei suoi addendi,
col loro carico di slanci e coincidenze,
notti insonni, treni persi o presi, torme
di rimpianti, se non che anche defraudate
dello spazio, certe cose non chinano
la testa, mostrano i pugni al destino,
non accettano di essere passate.

XVIII
Perché poi sia stata proprio Basilea
ancora non è chiaro. Forse è mera
geografia, una questione di frontiere,
di numi tutelari. Ogni luogo crea
il suo genio, o viceversa, ma al momento
non importa. In fondo tutto questo
è solo un divagare, un semplice pretesto
per evitare di innalzare un monumento
a un’epoca finita. Prendilo, se puoi, come
l’omaggio inadeguato che il passato
rivolge a ciò che resta, il trito risultato
che si ottiene sottraendo Amore a Uomo.

XIX
Scrivo questi versi sul retro di un giornale,
seduto su un gradino in riva al fiume,
strizzando un occhio lacrimante per il fumo
che mi risoffia in faccia un vento inospitale.
Dio solo sa la fede che ci ho messo,
quanto ho creduto a quello che ho sentito.
Vorrei dirmi che non mi era consentito
andare oltre, ma è questo che lo stesso
antagonista che ci ha vinti vuol sentire.
Alzo la testa dal giornale e la vita
attorno ricomincia. Le case intirizzite
si stringono l’un l’altra. È quasi sera.

XX
Gabbiani si librano come aquiloni
sopra il Ponte di mezzo, là dove una statua
pensosa osserva il Reno sparire e in estate
si attardano bellezze locali e fattoni.
Oggi qua sotto solo qualche anatra sosta,
accanto alla riva, sfidando la corrente,
e un cigno bianco e solitario, indifferente
al suo riflesso. Ho amato questo posto
come pochi altri al mondo, sui suoi blocchi
di cemento sono rimasto seduto per ore
a gambe incrociate, lasciando che il sole
mi aprisse la camicia, chiudendomi gli occhi.

XXI
E in un modo che non saprei come spiegarti
m’invadeva una pienezza che non posso richiamare.
Ci sono città in cui è meglio non tornare,
perché lì sei stato felice, perché ad aspettarti
alla stazione non c’è più chi ti aspettava,
ma l’esistenza che avresti potuto trascorrere
con chi non l’hai trascorsa. E là scorrono
sempre fiumi e continua la vita, anche quando
tu non ci sei; il che accade sempre, prima
o poi, che tu lo voglia o meno. Solo il vento,
in quanto aria, in quanto perpetuo movimento,
è indivisibile, è ovunque, e non ha fine.