St. Lucia II – 8

da Dispacci dai Caraibi
Quodlibet/Humboldt 2015


Non so se li avete mai visti, in qualche disegno dell’epoca o in un film, quei collari di ferro con tre o quattro spuntoni che all’estremità s’incurvano in un doppio uncino? Magari sì, però non sempre ci si chiede perché una cosa è fatta in un certo modo. Eppure tutte le cose hanno la forma che hanno perché qualcuno ci ha pensato, qualcuno ha avuto l’idea. Dietro c’è sempre un motivo, pratico o estetico. Quegli spuntoni, per esempio, s’incurvano a quel modo per impigliarsi nei rami. Persino l’angolazione con cui uscivano dal collare era ben studiata, per impedire a chi li portava di appoggiare la testa a terra quando si sdraiava a dormire. Poi a complicare ulteriormente le cose c’era il peso. Una soluzione brillante, semplice e multifunzionale a un problema non da poco: gli schiavi che scappavano nella foresta. Un altro strumento di grossa utilità, più complesso ma altrettanto efficace nello svolgere la sua funzione, era una maschera di ferro con una placca rivolta all’interno che entrava nella bocca. Si chiamava "Scold’s Bridle" ed era stata inventata nel XVI secolo in Scozia, dove veniva usata per le donne che parlavano troppo (certi modelli avevano anche un anello sul retro, molto pratico nel caso si volesse assicurare la donna a un muro con una catena o portarla in giro per il paese con una corda). Dalla Scozia la maschera si era poi diffusa in Inghilterra e alla fine era venuta buona anche nei Caraibi, per impedire agli schiavi di mangiare e bere durante la fuga, o per quelli che nelle piantagioni mangiavano la terra. In certi casi il ferro che entrava in bocca impediva di deglutire la saliva; nei Caraibi, col caldo, capitava che si arroventasse al punto da ustionare lingua e palato. D'altronde non si può sempre prevedere tutto, e in fondo erano state pensate per altri climi.