Trinidad I - 13

da Dispacci dai Caraibi
Quodlibet/Humboldt 2015


Svoltato l’angolo, c’è diversa gente per strada. I bicchieri mezzi pieni sono rimasti sul tavolo. Entriamo in un cortile quasi interamente occupato dai pan: i più piccoli davanti, singoli o in coppie, appoggiati sui cavalletti metallici; i più grandi dietro, sistemati su carri coperti di lamiera, a occhio e croce da sei a dodici su ogni carro, con il musicista in mezzo che passa molto rapidamente da un bidone all’altro, a volte ne suona uno con una bacchetta e uno con l’altra allo stesso momento.

Andiamo a prendere delle birre a un baracchino nel cortile. Seguo Maria, qui l’esperta è lei, le steelband le fotografa da anni. La musica si arresta, poi ricomincia, riprovano diverse volte lo stesso pezzo. La gente va e viene. È un punto di ritrovo, si sta a bere e a parlare e si ascolta la musica. Non so perché, veramente non lo so – qui non c’è niente che possa ricordarmi l’Italia –, ma l’atmosfera mi è familiare, come se mi ricordassi di questo posto, come se ci fossi stato parecchio tempo fa. Dev’essere più una questione temporale che spaziale, perché in effetti c’è un’aria da anni Settanta, la stessa che avevo avvertito uscendo da Bacchus.

Della storia delle steelband non so molto. Quello che so, lo so dalla prosa di Lovelace e da un paio di libri che mi sono portato dietro ma che non ho ancora veramente letto. I racconti parlano dei panyard come di luoghi inaccessibili a orecchie estranee, di sentinelle piazzate in punti strategici per avvistare i membri delle altre band venuti a spiarli; il pezzo doveva rimanere segreto fino al carnevale. Chiaramente non è più così. Lo era ancora quando è venuto Leigh Fermor alla fine degli anni Quaranta. Le steelband esistevano da poco. Ma con Leigh Fermor viene subito da chiedersi come si potesse tenere segreta una musica che fa così tanto rumore. A casa di Derek c’è un libro molto bello, The Illustrated History of Pan, che ho sfogliato una mattina. La generazione che ha cominciato a «battere il ferro» – si dice così, beating iron, perché inizialmente usavano qualsiasi cosa di metallo come strumento – era veramente stilosa: pantaloni a sigaretta, camicie a maniche corte, cappelli con la tesa stretta, il tutto una decina d’anni prima che andassero di moda a Londra. Avverti all’istante che quel mondo era il frutto di una congiunzione particolare. C’erano gli americani, le basi militari, i marinai, il flair arrivava da lì, dai locali notturni, dai dollari. Erano esotici e urbani insieme, come i cantanti di calypso. Ma in quelle immagini senti anche la presenza del duende. E questo arrivava da lontano, era passato dai tamburi alle canne di bambù e nel metallo aveva ritrovato le catene. Quando si è cominciato ad accordare i bidoni, il ritmo ha incontrato la melodia, un equilibrio difficile da mantenere, e col tempo si è persino arrivati alle sdolcinature delle steelband da hotel, ai pan per turisti. Qui però c’è ancora qualcosa, al di là delle magliette con il logo dello sponsor – Caribbean Airlines – che ti danno la misura di quanto il fenomeno sia stato addomesticato: a esserci in mezzo fa impressione.

Dopo una mezz’ora torniamo al bar, finiamo di bere e andiamo. Una cosa che ho capito questa sera, mentre io e Vanni raccontavamo il nostro pomeriggio in città, è che andare in giro a piedi a Port of Spain è considerato un comportamento da matti. Anche se tutti e due ci ribelliamo all’idea di non poter camminare, adesso un passaggio lo accettiamo, anche perché non abbiamo idea di dove siamo. In macchina ringrazio Maria e le chiedo se abita lontano da noi, se le è scomodo accompagnarci. Maria si volta sorridendo: «It doesn’t matter where I live, Matteo. Everything is not a problem». Ecco una frase che mi piacerebbe avere impressa come motto sul mio emblema se ne avessi uno: Everything is not a problem. Dovrei prima guadagnarmela, però.