estratti

St. Lucia I – 2

da Dispacci dai Caraibi Quodlibet/Humboldt 2015


Le due strade che portano da Vieux Fort a Gros Islet si snodano una sul versante caraibico l’altra su quello atlantico, entrambe si avvicinano alla costa fino a sfiorare i villaggi incuneati nelle insenature poi si ritirano come serpenti dopo un morso scendendo e risalendo le catene montuose al centro dell’isola per infilarsi tra le felci giganti e il fitto sottobosco della foresta pluviale. Il verde è ovunque, variegato, denso ai margini, trabocca sulle strade ed è la prima cosa che ti colpisce. Se le percorri a metà pomeriggio, specialmente quella a est – e ti capiterà di percorrere questa, perché è la più breve, e di farlo a quest’ora, a meno che il tuo aereo sia in ritardo –, vedrai la luce che ti ha abbagliato sulla pista farsi lentamente oro lungo il tragitto, con la gente che cammina ︎



Da St. Lucia a Trinidad

da Dispacci dai Caraibi
Quodlibet/Humboldt 2015


Quando finalmente usciamo sulla pista sono felice di essere di nuovo al sole. Mi fa anche piacere vedere la mia borsa che viene caricata sull’aereo. I motori hanno due bellissime eliche nere con le punte ricurve colorate di giallo come il becco del colibrì dipinto sulla coda. La hostess e lo steward sono giovani, lunghi, affilati, lei senza tacchi sta a mala pena nell’aereo; il loro inglese ti segnala che stai cambiando isola, è la cadenza che conosco dai miei amici, Wendell, Dominique. L’aereo non è piccolissimo, una settantina di posti, ma il decollo si sente. Ogni due o tre file, un piccolo schermo sopra i sedili trasmette un servizio sul carnevale di Trinidad, il più importante dei Caraibi. Bene, perché finora l’unica cosa che ho capito è che è piuttosto complicato capire come funziona ︎



Trinidad I – 13

da Dispacci dai Caraibi
Quodlibet/Humboldt 2015


Della storia delle steelband non so molto. Quello che so, lo so dalla prosa di Lovelace e da un paio di libri che mi sono portato dietro ma che non ho ancora veramente letto. I racconti parlano dei panyard come di luoghi inaccessibili a orecchie estranee, di sentinelle piazzate in punti strategici per avvistare i membri delle altre band venuti a spiarli; il pezzo doveva rimanere segreto fino al carnevale. Chiaramente non è più così. Lo era ancora quando è venuto Leigh Fermor alla fine degli anni Quaranta. Le steelband esistevano da poco. Ma con Leigh Fermor viene subito da chiedersi come si potesse tenere segreta una musica che fa così tanto rumore. A casa di Derek c’è un libro molto bello, The Illustrated History of Pan, che ho sfogliato una mattina ︎



St. Lucia II – 8

da Dispacci dai Caraibi Quodlibet/Humboldt 2015


illustrazioni: Richard Bridgens, da West India Scenery with Illustrations of Negro Character, the Process of Making Sugar, etc. from Sketches Taken during a Voyage to and Residence of Seven Years in the Island of Trinidad, London 1836

Non so se li avete mai visti, in qualche disegno dell’epoca o in un film, quei collari di ferro con tre o quattro spuntoni che all’estremità s’incurvano in un doppio uncino? Magari sì, però non sempre ci si chiede perché una cosa è fatta in un certo modo. Eppure tutte le cose hanno la forma che hanno perché qualcuno ci ha pensato, qualcuno ha avuto l’idea. Dietro c’è sempre un motivo, pratico o estetico. Quegli spuntoni, per esempio, s’incurvano a quel modo per impigliarsi nei rami. Persino l’angolazione con cui uscivano dal collare era ben studiata, per impedire a chi li portava di appoggiare la testa a terra quando si sdraiava a dormire. Poi a complicare ulteriormente le cose c’era il peso. Una soluzione brillante, semplice e multifunzionale a un problema non da poco ︎