Quattro note su Adam Zagajewski

da «Lo Straniero», n. 130, aprile 2011
La sua voce, da sola, meriterebbe un intero capitolo in quella storia della poesia che nessuno scriverà mai. Soprattuto la peculiare cantilena con cui legge i suoi versi (e, a dire il vero, con cui parla). Le parole, scandite con cura, quasi accarezzate, si dispongono ordinatamente, delicatamente, come uccellini su un ramo, e ti osservano. Tuttavia, non tardi ad accorgerti che il loro sguardo è inquietante, che il ramo è anche un cavo dell’alta ︎